Gli Architetti se la cantano e se la suonano

L’Architetto è una figura totalizzante.
E’ una professionalità altamente preparata, predisposto al multiculturalismo.

Chi possiede la fortuna di essere assistito da un Architetto, è consapevole di ricevere il massimo della professionalità.

Alla progettazione affianca la tecnica delle costruzioni, il flusso dei venti, l’esposizione alla luce naturale. Alla tecnologia dei materiali oppone la sociologia urbana e la storia dell’architettura.
Non di rado, alla sua professionalità si appiccica la denominazione di “tecnico”, significazione alquanto indigesta perché fuorviante, oltreché riduttiva.

L’architetto è oltre.
Non è tecnico! Egli è creatore, di lignaggio poco inferiore solo a quello divino.
E’ uno scrigno di sapere incrociati, una splendida creatura poliedrica. A volte poeta. Altre volte pittore.
E questa sua vocazione artistica, ne plasma il linguaggio.
“Taglio delle ombre”, “sfondati”, “fughe”, “vibrazioni di facciata”. Spesso, quando combinati insieme, acquisiscono le sfumature tonali delle migliori orchestrazioni di Rostropovič.

Non ci sorprende dunque il responso dell’indagine condotta da Makno.
Da un ritaglio de “Il Sole 24 Ore” leggiamo:

“8 italiani su 10 apprezzano la figura professionale dell’architetto, «ne colgono il valore e l’importanza del ruolo»”.

Non ci sorprende perché l’architetto è avvezzo a fare tutto. Anche a cantarsela e suonarsela. Dopotutto è una creatura poliedrica!
Ma c’è una grave omissione in questo titolo. Manca una congiunzione.
Lo scoprirai tra poco.

Peraltro, fu proprio la presentazione di questa indagine durante l’VIII Congresso Nazionale del Consiglio degli Architetti, così come apprendemmo in ritardo, a farci sollevare un sopracciglio.

Così in qualità di Primo Business Club degli Architetti, abbiamo cercato di saperne di più.
Volevo leggere il sondaggio. Dopotutto essendo un Business Architecte considerando che la Mia Committenza è composta essenzialmente da imprenditori ed investitori – ragiono molto meglio con i numeri, prima di avvallarne qualunque giudizio. I Miei Committenti in genere vogliono sapere, prima di fare uno schizzo col pennarello verde, quale quota del loro capitale di rischio è finalizzata al sentimento e quale a mantenere lo stipendio dei loro dipendenti. La poesia in genere viene tollerata con parsimonia avendo prima individuato sul calendario il break even point.

Ma, andiamo con ordine.
Come prima cosa, leggiamo il Comunicato Stampa del Consiglio Nazionale (clicca qui per leggerlo), un report di 4 pagine che non mi lascia particolarmente persuaso.
In esso ho apprezzato molto l’intervento del dott. Mario Abis, fondatore dell’Istituto di Ricerca Makno, sopratutto quando, messa da parte la poesia, scopre le carte comunicando i dati rilevati.

«Il 79% dell’opinione pubblica apprezza la figura dell’architetto…»

Ma c’è un “se” a seguire.
Quella congiunzione con valore ipotetico (deliberatamente?) omessa.

«se ne coglie il valore e l’importanza del ruolo, anche quando non è di immediata comprensione ciò che propone.»

Tradotto: il 79% della quota parte che coglie il valore e l’importanza del ruolo, apprezza la figura dell’architetto.

Ciò significa che esiste un’altra quota residuale o maggioritaria dell’opinione pubblica che non coglie il valore o l’importanza del ruolo? E quanto incide questa percentuale?

Motivo per cui, ero ancora più determinato a leggere il sondaggio.

Dopotutto, anche proseguendo la lettura del comunicato stampa, continuavano a mancare dei dati oggettivi, per me fondamentali. Qual’è il campione della popolazione esaminato? A quali regioni d’Italia appartiene questo campione? Qual’è il suo sesso? Qual’è l’età? Qual’è il suo grado di istruzione?

Peraltro, anche perseverando nella mia disamina, nel comunicato si parla di “architettura come espressione della contemporaneità“, dell’Architetto “come artefice del futuro della città“, come “promotore e garante della bellezza del paesaggio urbano” generandomi un improvviso innalzamento dell’indice glicemico. Poi mi veniva da pensare a quanti dei 157000 Architetti presenti in Italia si occupano realmente di architettura e quanti di questi sono artefici del futuro della città.

Devo riconoscere che, durante la lettura, più volte sono caduto in tentazione e “ho fatto peccato”. «Chi ha fatto questa indagine non sa niente degli Architetti» ho preferito a gran voce contro il Padre Eterno. Poi, depuratomi dal peccato, ho ritenuto che questa indagine, forse, si riferisse a quella quota minimale di Architetti, non necessariamente Archistars che, effettivamente, realizza progetti di architettura costruendoli in Italia o all’estero. Per tutti gli altri – con grave rammarico e nessuno se ne dispiaccia – l’esercizio viene effettuato non sull’architettura, ma sull’edilizia, la sorella minore forse un po’ più bruttina ma non per questo meno affascinante. Ma pur sempre di edilizia si tratta! Di Archistars, forse converrebbe neppure nominarle per non infrangere i sacri comandamenti. Nel comunicato stampa leggo: “l’onnipresenza delle archistar nel lessico quotidiano offusca l’immagine generale e rischia di confondere” e subito cado in pentimento per averle nominate invano, ritrovando la mia rettitudine.

Come un bravo scolaretto proseguo imperterrito. Non volevo che il demonio continuasse ad offuscare il mio giudizio. Volevo leggere questa indagine.

Ma il mio desiderio fu presto disatteso.

Anche reperire direttamente l’indagine dall’Istituto di Ricerca Makno, s’è rivelato un vero percorso ad ostacoli. Su internet esistono due siti: makno.it (“down” – trad: “non raggiungibile”) e makno.biz. Così, dopo aver incespicato nella mia perplessità un paio di volte e, solo dopo aver interrogato LinkedIn, abbiamo compreso che, pur essendo entrambi istituti di ricerca, peraltro, tutti e due a Milano, probabilmente il riferimento corretto fosse makno.biz. I think so. Spiacevolmente il sito è composto da una sola pagina senza possibilità di avere un contatto diretto o lasciare il proprio. Ciononostante, apparendo visibilmente datato, abbiamo sorvolato anche sulla regolarità del sito internet.

Naturalmente, qualora il dott. Abis volesse rendere pubblicamente disponibile il sondaggio, incontrerà sicuramente il nostro favore. Se non altro perché mostrerebbe uno “sfondato” che, ad oggi, la maggior parte degli architetti non è avvezza ad ammirare.

Primo fra tutti quello di pensare di essere “apprezzati”.

Gli Architetti non devono essere apprezzati, gli Architetti vanno osannati al pari degli eroi omerici.
E questa volta non riguarda la capacità di reprimere quell’istinto omicida, che sale come una scarica elettrica fino a far esplodere le vene delle tempie, ogni volta che il progetto viene denominato dal cliente “disegnino”. I disegnini li fanno i bambini all’asilo. Io realizzo progetti. #####a!

Tutt’altro.

Gli Architetti che esercitano in Italia, sono stati soggetti nel 2017 ad un prelievo fiscale del 42,5% del Pil (Fonte Istat). Secondo i dati raccolti dal World Economic Forum fino al 2016 l’aliquota fiscale reale era del 50,13%. Ciò significa che mediamente un lavoratore dipendente deve lavorare 183 giorni all’anno per pagare le sue tasse annuali.

In attesa di ricevere i dati aggiornati da Mirza & Nacey Research per il 2018, ad oggi sappiamo che gli Architetti in Italia sono 157000, con una densità territoriale di poco inferiore ai 2 Architetti ogni chilometro quadrato. Solamente nel periodo 2010-2016 gli Architetti sono cresciuti in Italia dell’8% che ha corrisposto ad un crollo del 35% del mercato dell’architettura (Fonte: Architects’ Council of Europe) generando una contrazione del 18% delle loro entrate professionali (Fonte: Adepp, Architects’ Council of Europe).

Ciò nondimeno, ogni anno i nuovi laureati in architettura crescono mediamente il 10% del totale complessivo degli Architetti. Secondo il Centro Studi de “Il Sole 24 Ore”, nel 2016 sono stati 16049 i nuovi dottori in architettura. Qualche settimana e sapremo anche quelli del 2017.

Gli Architetti non vanno apprezzati. Vanno considerati al pari degli dèi.

Non hanno bisogno di fanfare per uscire dall’impasse professionale. Non hanno bisogno di qualcuno che gliela canti e gliela suoni al posto loro.

Gli Architetti hanno bisogno di una mentalità nuova, di imparare a leggere il mercato secondo un approccio strategico ed abbandonare, definitivamente, quella apatia professionale del “speriamo che reintroducano i minimi tariffari”, evitando inutili lotte pseudo-sindacali. Devono rimettere al centro la loro capacità decisionale di costituire i principali player del mercato, smettendo di pensare da “dipendenti dello stato” – con il dovuto rispetto – ed iniziando ad assumersi la responsabilità del proprio ruolo. Ovvero, quello di essere degli imprenditori dell’architettura. Che è esattamente ciò che siamo.

Devono osservare il mercato non come un ricettore del loro servizio professionale ma come un oceano da esplorare. Devono abbandonare definitivamente quella tendenza di essere “tutto e niente”, offrendo indistintamente un servizio generalizzato e diversificato che parte dall’accatastamento dei pollai fino alla progettazione dei moduli lunari. Al contrario, devono posizionandosi all’interno del mercato con un’offerta che investighi sulle specifiche necessità del cliente target, differenziandone il servizio.

Devono imparare a comunicare, a trasmettere al cliente il valore aggiunto della loro offerta professionale, acquisendo le abilità della vendita e della negoziazione. I migliori progetti di architettura vengono fatti al ristorante e non all’interno degli studi. L’Architetto deve tornare ad essere la figura centralizzante del processo produttivo. Ma per raggiungere questi obbiettivi, deve apprendere abilità nuove e un linguaggio nuovo, in conformità con le dinamiche sociali, imparando ad automatizzare i processi e ottimizzare l’unico asset davvero più importante: il tempo.

Allora forse sì, che non ci sarà più bisogno di fanfare.
L’architetto tornerà a ragionare da imprenditore, assumendosi i rischi della sua azione e lasciando ai suoi risultati di parlare al posto suo.

Ora, senza più bisogno di sondaggi.

 

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