3 cose che puoi imparare da Piano e perché lui è un’archistar e tu no!

Non sono neppure trascorse 24 ore dalla presentazione del progetto del nuovo Ponte Morandi che i centralini dell’emergenza sanitaria sono andati “a fuoco”! E’ proprio il caso di dirlo! Ancora nelle ultime ore piovono copiose le segnalazioni di “pruritus ani” che coinvolgono principalmente gli architetti parrucconi e i professionisti dell’edilizia. Come sappiamo questa condizione manifesta un impellente bisogno di grattarsi nelle zone anali con manifestazione compulsiva che può determinare sintomi associabili all’eritema, perdite ematiche e, naturalmente, dolore.

Pare che questa sintomatologia sia legata a quella che noi specialisti del business professionale definiamo “Sindrome da Renzo Piano”.
Purtroppo questo fenomeno coinvolge almeno 7 architetti su 10 e le possibilità di guarigione sono limitate al 99% dei casi studiati. Inoltre il rischio di ricaduta è molto elevato con effetti spesso irreversibili.
Ma non è di questo che ti volevo parlare oggi.

Se pensi di soffrire anche tu di questo problema e desideri ulteriori delucidazioni, clicca sul link in fondo a questa pagina ed effettua un’autovalutazione sulla tua anamnesi.

Piuttosto volevo indicarti 3 cose che possiamo imparare da Renzo Piano, riguardando la conferenza stampa di ieri e che, certamente, potremmo beneficiarne nel rapporto con i nostri clienti.

Sul “pruritus ani”, invece, preferirei non soffermarmi. Non fosse certo che per decenza! Di più, penso per educazione e rispetto.

Cerco di farmi capire con un esempio.

Se a malapena riesco a salire sul motorino, eviterò di confrontarmi con Valentino Rossi magari spiegandogli come deve prendere “le pieghe” durante le gare di Moto GP. Allo stesso modo, se ogni tanto imbraccio una racchetta da tennis questo non mi rende Rafael Nadal.
Che cosa ti sto dicendo?

Se hai acquisito il secondo titolo professionale di architetto e anche Renzo Piano è un architetto, questo non vi fa colleghi. E questo per una semplice ragione. Tra te e Renzo Piano c’è una cosa. Qualcosa che vi divide. Questo qualcosa si chiama “The Pritzker Architecture Prize”.

Se vuoi provare ad confrontarti con Renzo Piano, prima vinci un Premio Pritzker.
In caso contrario, questa secumera da bullo di quartiere che millanta di poter fare meglio nella progettazione del ponte o che assume presunti opportunismi di Piano per il crollo di Ponte Morandi, possiamo relegarli alle scenette machiavelliche del teatro della tua parrocchia.

In definitiva, se fai parte di questi tubi digerenti ambulanti, prima vinci un Premio Pritzker e poi ne riparliamo.

Sono invece 3 le cose che possiamo imparare da Renzo Piano.
Vedendo la conferenza stampa di ieri forse lo avrai notato.

La prima cosa è sicuramente l’umiltà.

“E’ un ponte che fa il passo più corto”.
“Voi sarete curiosi di sapere com’è fatto il ponte. Guardate, qui ci sono dei disegni”

Piano quando parla usa soni pacati e un profilo consono alla sua figura professionale. Non si scandalizza a chiamarlo disegno il progetto del ponte. Non esce neppure mai dalle righe. A pensare che potrebbe farlo, e con tutte le ragioni, a partire da quel fastidioso brusio di fondo dovuto a quella progenie di cafoni provinciali che presenziano nella sala. Manco fossimo alla lezione di Sociologia Urbana delle 14:30?! Invece si limita ad un tiepido ammonimento da nonno indulgente e procede con la sua esposizione, risparmiando, peraltro, il Governatore della Liguria da uno scappellotto per il suo uso ad libidum del cellulare. Almeno nei primi minuti. E poi l’affermazione chiave che rimanda, inconsciamente, al rapporto tra il passo e la gamba: “E’ un ponte che fa il passo più corto”.

La seconda cosa è la semplicità.

“Questo ponte deve avere le qualità della semplicità, della normalità, della durata, ma deve anche avere qualcosa che in qualche maniera ricordi questo lutto terribile”.

Esattamente come il nuovo ponte. Piano quando parla usa concetti semplici, facilmente comprensibili a tutti. Non usa tecnicismi, sciocchi manierismi per assumere autorevolezza professionale, rendendosi, dunque, incomprensibili agli altri. Non c’è bisogno di tutto questo. Coniuga la semplicità con la forza dell’immaginazione.

La terza cosa è il sogno.

“I ponti sono un simbolo che unisce, che tengono insieme”.
“Il ponte deve essere una presenza che conforta la città e come se arrivando a Genova scopri questa sorta di strana nave che attraversa il Polcevera (…) di notte ha una sua luce, ha un suo ritmo”.

Piano parla della città e della sua evoluzione, incantando per la sua visione, proiettando nell’ascoltatore un’immagine onirica di un cantiere di coesione, dove tutti lavorano insieme per un obiettivo comune, per creare qualcosa che si chiama orgoglio.

Piano dunque coinvolge per la sua semplicità, per l’umiltà e per il sogno. Quell’immagine che i tuoi clienti vogliono avere da te, per consentirgli di sognare e fargli comprendere che con te, tutto questo è realizzabile.
Dunque prendi nota di queste tre qualità che rendono un comune architetto “un’archistars”.

In fondo se l’opinione pubblica è catalizzata su Renzo Piano e non su di te e se lui è “un’archistars” e tu no, un motivo ci sarà. Non credi?

 

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PS2: Quasi dimenticavo! Per effettuare un test di autovalutazione sulla “sindrome da Renzo Piano” clicca qui.

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